E’ che a me parlare di libri non riesce molto bene, non ho mai avuto velleità di critico, le mie considerazioni si fermano a poco più del “mi piace” “non mi piace”, a volte è complicato spiegare in che pieghe vanno ad infiltrarsi le parole, come si sedimentano piano dopo un’apparenza volatile. Magari ho timore a parlare di quali corde sensibili certe parole hanno toccato, che poi potrebbe essere anche un libro scemo scemo, o che tale le persone colte ritengono. A volte leggo recensioni di libri e ne resto affascinato per poi scoprire l’assoluta refrattarietà a quelle parole, spesso le scelte casuali invece hanno un effetto magnifico, scoprono storie cui immergersi tutto d’un fiato. Magari mi sta anche antipatica la spocchia pseudo-culturale di certa gente che pontifica su storie come se il proprio verbo fosse l’assoluto. Invero faccio miei tutti i consigli di pennac che a me i ruoli preconfezionati danno l’allergia. E’ che se qualcuno mi chiede se leggo a me viene di rispondere che no, non leggo affatto se non sporadicamente, che queste statistiche sui lettori mi fanno ridere, la feltrinelli che ogni tanto mi ospita è sempre piena di gente, mia mamma, che ha 67 anni ha divorato Orgoglio e pregiudizio, magari non ci pensa ad entrare in libreria ma ogni volta le regalo un libro le si illuminano gli occhi, è che forse se evitassi di scrivere ci sarebbe un idiota in meno che si spaccia per pseudo-scrittore-lettore.
Polimero. Unisce sfatti monomeri in costruzioni archetipe. Archetipo strutturale ovvero inconscio collettivo? I modelli originari si sfaldano in colate laviche di sedimenti insensati. Colano lasciti di umori appiccicosi. Rumoreggiano tra le dita filamenti collosi. Come portarli alla bocca e leccarli. Dissetanti.
Dissertazioni non-sense?
E’ che correre mi piace, sento tirare i muscoli delle cosce, anche gli addominali e i pettorali assumono forme altre. E’ che mi piace il sudore sulla pelle, quel luccicore di riflessi lontani. E’ come fosse un’inalazione di adrenalina, corri e poi corri e poi corri. Fatica. Fatica.
E’ che mi piace sentire pulsare nella mano.

E’ che tutto prima arriva, poi va via. Raramente le cose restano ferme dove si vorrebbe che stiano. Mi concedo banalità e qualunquismi, perché si, perché non devo rendere conto ad alcuno circa una presunta intelligenza da difendere. E’ che da qualche tempo, ogni volta parole arrivano, ogni volta emozioni che dagli occhi, dalla pelle, scendono giù per restare impresse su carta bianca ovvero su uno schermo sfavillante, ogni volta dico, mi assale una sensazione sgradevole, amara forse, di non-sense. Non capisco più a cosa serve lasciare parole scritte, leggibili da chiunque vuole, che poco sa, affatto conosce chi quelle parole scrive.
E’ che poi, da qualche tempo, mi da fastidio leggere parole altrui, non quel fastidio fastidioso dovuto ad arroganza ovvero a quell’ipotetico intuito che a volte ci rende scontata qualsiasi cosa fuori da noi. No, è un fastidio più intimo, più legato ad un senso di intrusione nelle atmosfere altrui, nelle altrui perdizioni. E’ come se non riuscissi più a rendere invalicabile quel limite invisibile che rende la lettura maledetta. E’ che succede troppo spesso oramai che sia assolutamente impossibile contenere le parole, arginarne in qualche modo lo scivolamento nel fondo più buio, ove l’anarchia è padrona assoluta.
Ecco cos’è.

E’ che non capivo esattamente dove fossi, forse un auditorium, forse no, c’erano molte persone, indistinte, molte ragazze, credo fosse un provino per un qualche spettacolo. Cercavo di rilassare i muscoli, davanti a me ragazze che facevano esercizi di allungamento, movimenti sinuosi, solo questo mi rimaneva impresso, non i corpi ma la sinuosità dei movimenti lenti, l’armonia dei gesti. Improvvisamente mi ritrovo davanti una ragazza che faceva movimenti strani, veloci, senza senso, non so che fine avessero quei movimenti, non di certo rilassanti, piuttosto nervosi e anarchici se non con un senso oscuro a me in quel momento. Mi sentivo a mio agio in quel luogo. Era la mia ora, mi avvio verso il palcoscenico, ero vestito con una giacca blu navy, senza maglia sotto, con il petto villoso evidente, la parte di sotto nuda, con tutto che mi ballonzolava in modo così impudico. Chiedo alla ragazza che era con me, che non conoscevo, se era il caso di metter su una calzamaglia o dei boxer. Punto.
E’ che forse lì dentro c’è tutta la mia voglia di essere un protagonista di Amici, la mia grande passione per la danza che mi travolge tutt’ora……..
E’ che non vado mai in chiesa, da tempo, molto tempo. Non che sia un ateo, agnostico forse, meglio un credente illuminista, che poi non so bene cosa significhi ma suona bene bene. Ieri non so cosa mi aspettasi, qualcosa di già visto diverse volte invece già da fuori si sentivano suoni insoliti, rumori indistinti, urla di bambini. Entrare è stato sorprendente per i colori, per i suoni. Abiti coloratissimi, bambini bellissimi, donne con treccine incredibili, voci dal timbro squillante e deciso. Gente che ballava e cantava ad ogni pausa, cantare, ballare come modo di comunicare tutto. Emozionante. Che poi io non ho mai avuto pensieri negativi verso alcuno semplicemente perché il colore della pelle è di un colore diverso dal mio, che poi so che non sempre è facile integrare persone diverse per cultura, educazione, religione ma forse il modo c’è, forse basta trovare quei piani comuni tra tutti e lasciare che le cose accadano, forse occorre anche una gran curiosità verso gli altri per accettare la diversità, forse io sono solo fortunato a non avere pregiudizi verso alcuno. E’ che ieri mi sono divertito molto.
“E’ che..” iniziava così quella pagina, mai terminata, chissà quel giorno cosa avrei voluto scrivere..
Scorrono paesaggi quasi familiari, qui le periferie non sono quelle delle metropoli, non quelle, infinite volte viste, di palazzoni che si perdono a vista d’occhio, tutti uguali, di colori smorti, appannati dallo smog, trasudanti esistenze anonime, marginali. Che poi quando ero piccolo, spesso mi ci ritrovavo, nelle visite ad una mia zia, il marito quasi alcolizzato, un palazzo dal numero di piani infinito, che si perdeva nel cielo a guardarlo dal cortile, odori indimenticabili, di zuppa e brodo, di sugo lasciato sul fuoco troppo a lungo, di muri impregnati di quegli odori, gente dai corpi consumati, dagli occhi liquidi di stanchezza e delusione. Palazzi e palazzi e palazzi ed io piccolo che non vedevo l’ora di tornare nella mia casa nella mia piccola città. Qui le periferie sono altro, si confondono con il verde, ci si trova subito immersi nella sinuosità di colli colorati di verde, bucoliche istantanee di apparente tranquillità. Che poi stavo pensando alla verità, che non sono capace di darne una definizione precisa, forse perché non credo esista. Meglio, credo non esista al singolare, definitiva, assoluta, imprescindibile. Me la immagino multiforme, plurale, avvolgente, carezzevole. Le verità, non la verità.
E’ che ho fatto un sogno terribile, un’immagine e poi una replica, terribile.
E’ che poi mi sono addormentato ancora, male, violenta sensazione di strazio. Terribile.
E’ che mi piace l’istantaneità del cazzo che s’indurisce.
C’è che a volte è necessario chiudere tutto in stanze lontane, non dimenticare ma lasciare che ricordi e sensazioni e vibrazioni si acquietino piano e vengano posate in angoli in penombra, consegnate a memoria futura da memoria passata. Sospendere connessioni per tempi indefiniti, con fatica, certo. Lasciare che un velo di invisibilità schiuda su quelle stanze, farne sentire la presenza costante e vibrante ma innocua, rendere, invero, certo passato innocuo, depotenziato.
E’ che esplodono a volte, lampi lucenti, incapaci di contenersi. Implode l’attesa di aspettative reiterate. Poi schizza tutto via. Mani che scorrono. Lente. Lente. Lente, decise, forti. Prendono carne come materia preziosa da venerare. Ne violano la forma, elastica. Malleabile disponibilità. Forme che cambiano al (con)tatto, grondanti, impudiche.
È che se apro gli occhi, vedo azzurro intenso e foglie di olivo. Immagine bucolica, sembra troppo pulita, senza sbavature, perfettamente chiara. Poi sole. Che poi è strana questa prospettiva, unico spettro il cielo blu, la schiena a contatto con l'erba umida, sembra che dalla terra arrivi forza, energia per l'anima, tutto si placa e torna a riordinarsi. Forse una sorta di riordino biologico da contatto, da respiro, da simbiosi. Il fresco che entra piano nella pelle, contatti atavici ormai inesistenti. Che poi tutta questa pace mi turba, paradossalmente. La scarsa abitudine mi rende aliena la pace. E’ che è sorprendentemente strano il contrasto della luce nell’aria con il buio di parole lette, stride in modo assordante, atmosfere cupe versus aria pulita e silenziosa, lucente, troppo lucente. Che poi ti dicevo che parole sembra non ci siano più tanto, non so perché, ho detto per tranquillità. Forse è vero, o forse sono tutte lì nascoste in attesa di un pretesto qualsiasi per tracimare. Le metto da parte con cura, lascio che entri tutto quel che deve, tutto quel che vuole entrare, non filtro nulla che ci penserò se ne ho voglia a discernere quelle buone da quelle cattive. Che poi ho anche la pelle lievemente abbronzata, il viso dico, il sole di ieri caldo e sonnacchioso. Che oggi piove ancora e a me non interessa più di tanto del tempo in questo periodo. Prendo quel che viene. Che poi mi piace da morire tenere sto coso in mano. Mi piace.

È che quando studiavo andavo spesso al cinema, spesso spesso dico, c’è stato un periodo quasi ogni sera, quasi sempre in un cinema che si chiamava Cinema Nuovo Pendola. Una di quelle piccole salette che ora non so più neanche se esiste ancora, forse si che qualche tempo fa ci sono passato vicino. Quei films polacchi e francesi e tedeschi e portoghesi, cinematografia di frontiera a quei tempi, c'era proprio scritto "cinema d'essay": era diventato un luogo familiare ove vivere storie fantastiche. Poi altro. Ora è strana la sensazione ogni volta che vado al cinema. Mi sembra non mi appartenga più, sento una sorta di estraneità sorprendente che mi attanaglia mentre cammino, non sapere nulla mi incuriosisce e impaurisce allo stesso tempo. Non so bene il perché, forse il timore che immagini non mi piacciano come vorrei ovvero che non riconosca i segni delle immagini, che non abbia più abitudine a certo linguaggio. Poi invece mi ritrovo dentro ogni cosa e mi piace.
Uso un lettore con musica, guardo le vetrate trasparenti da cui filtra luce, alle 7 il sole, ora, è già entrato, a volte fastidioso nei riverberi sull'acqua. Poi sento i muscoli delle braccia tirarsi, solo stile libero, non uso gambe, tiro all'estremo la fatica delle braccia e degli addominali. Spingo le braccia avanti a toccare l'acqua invisibile, fresca. Poi spingo contro il bordo con le gambe, non con forza, solo per sentire il movimento fluido senza forza. Poi silenzio, solo le mani che sbattono e affondano nell'acqua.
E’ che non ho voglia di nulla. Giorni oziosi, indolenti, magari anche complicati, magari passati anche dentro un pronto soccorso per qualcosa che non ti aspetti ma arriva, magari silenziosi e fors’anche cupi, che fanno abbassare le minime difese che si ergono con naturalezza per il quieto (soprav)vivere, magari volevi fare qualcosa cui tenevi ed invece un sassolino nero ed informe ti viaggia nelle vie interne facendo bagordi e lasciandoti senza respiro per diverse ore. Magari urli in silenzio perché ti trovi in viaggio, poi giri gli occhi indietro e torni perché impossibile continuare, con dolori lancinanti, fare quel che volevi. Magari non hai punto voglia di considerare nulla, solo parole scritte. Leggi. Di continuo, come se fosse l’unico lenitivo all’arsura interiore. Che poi mi sa che è solo un palliativo, bellissimo ma pur sempre un palliativo, leggere diventa sospensione, si annulla tutto ti circonda, silenziosamente passi una barriera invisibile e ti ritrovi ove tutto è magma lento, ondeggiante, magari brucia ma poi passa, magari non lascia tracce ma anche si, indelebili, magari tira vento gelido e poi föhn che brucia la pelle.
Ma cosa conta poi, quel che sembra ad una lettura superficiale ovvero approfondita oppure l’interpretazione autentica di chi parole scrive? E’ che a volte parole affabulano, lasciano sorprese, stupore, fermano pensieri, li rivoltano, si lasciano leggere con naturalezza. Poi le medesime diventano irritanti, ortiche fatte di lettere susseguenti, di sillabe infuocate, caustico lo sguardo che le legge ancora. Tutto cambia con facilità estrema, fors’anche superficiale. Che poi quel pomeriggio pioveva senza sosta da diverse ore, meglio scambiar parole non ascoltate da molto, troppo, tempo piuttosto che camminare sotto l’acqua gelida. Che poi è un’alternativa sciocca ma tant’è. In quel locale con luci basse, poco frequentato a quell’ora, prima qualche bicchiere di muffato poi il freddo voleva alcol ad alta gradazione, whisky scozzese che sa di torba, profumo di mare insolito in quel contesto ma che legava bene tutti quei ricordi. E’ che è stato un bel pomeriggio, colmo di parole e sensi ritrovati.
(immagine di Natalia Mancini)
E’ che mi piace entrare nei libri, quell’attimo preciso che ti tuffi nelle parole, che segue tutti quei
gesti di contatto, lo sfogliare le prime pagine, leggere la quarta di copertina ovvero il risguardo della sovraccoperta per l’introduzione o la biografia di chi l’ha scritto, come un delicato e circospetto avvicinarsi a quel momento agognato. Magnifico le prime parole, una porta che svela l’inizio, piano piano, magari si ha paura di essere intrusi, magari il timore di non sentirsi all’altezza di cotanta magnificenza. Io devo tenerli in mano i libri prima di leggerli, che può sembrare un’ovvietà banale ed invece per me non lo è. Li devo toccare, sentirne il peso come fosse la cartina di tornasole delle parole di dentro. Tutto questo per qualche giorno, prendo e li tengo nella libreria della mia camera, poi li porto in giro, sulla credenza in cucina, poi vicino la mia poltrona, a terra. Poi entro dentro.
Così è che mi piace (o così è se vi pare?).

Diego Rivera - Jacques Lipchitz (Portrait of a Young Man)